top of page

PASOLINI - SIAMO TUTTI IN PERICOLO

IT/EN


M.P.CATO –  IL CORPO DELL’INTELLETTUALE

breve riflessione sull’immagine post mortem di Pasolini



Amici,

prima di lasciarvi a questo documento straordinario – l’intervista rilasciata da Pier Paolo Pasolini alla Stampa di Torino il 1° novembre 1975, di fatto la sua ultima – vorrei fare, a modo mio, una sorta di introduzione all’immagine post mortem che si è scelto di pubblicare in chiusura dell’articolo.


Furio Colombo (1931–2025), foto ANSA
Furio Colombo (1931–2025), foto ANSA

Il destino, che spesso si ammanta di un certo sofisticato sarcasmo, ha voluto che tale intervista fosse raccolta proprio da un tipo umano come Furio Colombo, che per molti versi rappresentava il bersaglio privilegiato delle critiche pasoliniane.

Colombo, all’epoca ancora nella sua prima stagione di giovane uomo pubblico, aveva già alle spalle i battesimi necessari, tutte le scuole dell’obbligo concluse dove e come si deve, e frequentava con profitto i salottini o le bavchette (sic) dei benpensanti, in quel triangolo della magia radical chic che univa Torino, Capalbio e New York.

Era dunque già perfettamente forgiato per ciò che sarebbe stato il suo agire per il resto della lunga vita. E mi chiedo:

cos’altro deve fare un conformista per essere definito tale?


Il tipo umano alla Colombo, l’intellettuale conformista appunto, è, nella mia personale percezione della storia recente, la longa manus della civiltà dei consumi di cui parla Pasolini o dell’altro sinonimo caro a Pound. Ne è la voce — che diventa quasi ieratica, i gesti e persino il volto di quel tipo di Potere. Il conformista è, a tutti gli effetti, il corpo del Potere — di ogni Potere.

Un corpo, però, come quello di Alberigo dei Manfredi descritto nella Comedia dal Sommo: l’anima già sprofondata nella Tolomea e il corpo, apparentemente in vita, posseduto da un diavolaccio dal volto caprino.

Allora quando Colombo riporta nell’introduzione quello che Pasolini gli avrebbe confidato: “Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti.” non si può che provare un senso di ulteriore angoscia.


frammento tratto da Salò o le 120 giornate di Sodoma, 1975
frammento tratto da Salò o le 120 giornate di Sodoma, 1975

Per Pasolini il corpo è una sorta di immagine della cruda realtà e spesso è presentato in modo schietto e senza le posticce sovrastrutture che il linguaggio di una specifica società gli impone.

E lui rappresenta al meglio questa crudezza col semplice uso del nudo. Il corpo attraverso la nudità diventa il simbolo della spoliazione dal superfluo, dalle sovrastrutture morali et similia. Il corpo nudo è il naturale, contrapposto al civilizzato; è la borgata in opposizione ai lustrini dei Parioli, o, per restare in metafora, alla Capalbio di Furio Colombo e dei suoi simili.

Osservando la produzione cinematografica di Pasolini — e in questo caso le fotografie di Dino Pedriali, in cui l’autore stesso appare nudo — si nota come quel corpo non ammicchi mai all’erotismo. Non suscita altro se non una certa essenzialità, quasi un certo tipo di austerità, ma senza le conseguenti implicazioni etiche. Appare per quello che è.


P.P.P. ritratto da Dino Pedrali, Ottobre 1975
P.P.P. ritratto da Dino Pedrali, Ottobre 1975

Tornando ai suoi film.

Penso a certe sequenze della Trilogia della vita dove nell’arco poco più di due inquadrature ti trovi: il primo piano del deretano di un ragazzino delle borgate, i denti marci di certi reperti umani che solo lui riusciva a scovare, un gregge di pecore sotto il sole, e subito dopo il nudo integrale di una donna bellissima. Eppure, mai — neanche per un istante — lo sguardo dello spettatore è spinto verso l’erotismo. La nudità è presente, ma come parte del tutto: né superiore né inferiore all’inquadratura di un ruscello, alle mura antiche di Sana’a, ad un animale, alle spezie coloratissime dei mercati arabi o alla defecazione.

Così il corpo è scevro dalla catena sovrastrutturale a cui il Potere, tramite una certa etica, lo ha da sempre legato. Una catena ininterrotta che partendo dal primo anello che è la sensualità semplice — quella delle taverne e bordelli, licenziosa ma codificata — attraversa poi il romanticume dell’erotismo declinato in tutte le salse possibili, per produrre poi l’amore con LA MAIUSCOLA e sfociare finalmente nel vero e unico scopo dei nostri apparati riproduttivi e in quello che la pubblicità — di allora — presentava come il coronamento di una vita che potesse dirsi realizzata:

Sposarsi per fare figli.

Ovviamente, tutto ciò: Lavorando per consumare e consumando per lavorare senza sosta. 

Ecco perché la necessità della censura nei confronti dei film di Pasolini.


Processo al film La Ricotta, foto di Rodrigo Pais, 1963
Processo al film La Ricotta, foto di Rodrigo Pais, 1963

Il Potere di allora, tramite l’egemonia sul linguaggio, doveva poter controllare la catena di sovrastrutture in ogni sua fase. Persino ammiccare al primo anello, quello più volgare, era tollerato; ma ciò che non poteva permettersi era il cambio di prospettiva che Pasolini suggeriva sul corpo. Accettarlo avrebbe significato perdere il controllo diretto sull’individualità di ognuno.


Viene spontaneo chiedersi, per riprendere un filo precedente: se il corpo dei conformisti alla Furio Colombo rappresenta il corpo del Potere, allora è forse  nel corpo nudo e spogliato che va cercato l’intellettuale realmente libero, l’anticonformista? No! O meglio, forse. In ogni caso, non è questo il punto della questione.

Ma di una cosa sono certo: i corpi degli intellettuali non conformi a qualunque potere totalizzante li riconosci subito. Hanno i denti strappati, i volti tumefatti, i corpi emaciati dalla fame, la mordacchia per non proferire parola — quando sono ancora in vita.

Questo tipo di trattamento è normalmente praticato alla vecchia maniera in quello che viene chiamato da noi: il mondo non libero. Anche se in Cina pare non rompano più i denti come una volta ma con un dispositivo elettrico — molto più pratico— che te li fa saltare tutti in un solo colpo.

Anche questo è progresso.

In Europa, invece, che non si può definire mondo libero in quanto ancora occupata militarmente, il Potere ha sostituito la violenza fisica con strumenti più sottili: la censura, la macchina del fango, il licenziamento, lo stigma sociale.

Ti lasciano morire di fame comodamente, seduto alla tua scrivania. 

Anche questo, dicono, è progresso.


Amici,

l’immagine post mortem del corpo di Pasolini è esplicita, e per certi versi può turbare. Per questa ragione, le anime sensibili farebbero bene a non guardarla. E, a ben vedere, per lo stesso motivo sarebbe meglio che non leggessero neppure l’intervista. Perché le due cose — l’intervista e la foto — sono una lo specchio dell’altra: causa ed effetto, corpo e verbo, vita e conseguenza. La vostra vita biologica, del resto, può proseguire anche senza questo ulteriore turbamento. Come fa ogni giorno, d’altronde.


Dunque, fate come credete:

buona lettura — o buona vita.

Ceterum censeo ullam cum ... esse conciliationem.


Valete

M·PORCIVS·M·F·CATO


ree



Siamo tutti in pericolo - L’ultima intervista di P.P.P.

di Furio Colombo



P.P.P. foto di Gideon Bachmann, 1974
P.P.P. foto di Gideon Bachmann, 1974

Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione, che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».


F.C. : Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…


Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo», non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.


Ecco, descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o capire) poco.


Grazie per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per «scegliere». Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e «collabora» (mettiamo alla televisione) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa dal «potere»?


Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?


Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.


Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.


Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.


E qual è la verità?


Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.


Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?


A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.


Come dire che hai nostalgia di quel mondo.


No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa-effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. L’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.


E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.


Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che viene con maschere e con bandiere diverse. E’ vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.


Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri, per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente, salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»…


Che mi fa rabbrividire.


Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?


Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non so quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.


Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?


Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.


Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

...


È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.


«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».


Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma.



ree



PASOLINI - WE ARE ALL IN DANGER



M.P. Cato – The Body of the Intellectual

A brief reflection on Pasolini’s post-mortem image


Friends,


Before leaving you to this extraordinary document — the interview Pier Paolo Pasolini gave to La Stampa of Turin on November 1, 1975, effectively his last — I’d like, in my own way, to offer a kind of introduction to the post-mortem image chosen to close the article.



Furio Colombo (1931–2025), photo by ANSA
Furio Colombo (1931–2025), photo by ANSA

Fate, which so often cloaks itself in a certain sophisticated sarcasm,  arranged for this interview to be carried out by a particular breed of man — Furio Colombo — who, in many aspects, embodied the very target of Pasolini’s fiercest criticism.Colombo, though still in the first season of his public life, had already received all the necessary baptisms — completed every COMPULSORY EDUCATION properly and in the right places — and frequented, with distinction, the little salons and the little boats of the well-thinking, within that magical radical-chic triangle connecting Turin, Capalbio*, and New York.

He was, by then, perfectly forged for what his way of acting would be for the rest of his long life. And I wonder:

what more must a conformist do to earn the title?


[*The city of Turin, arguably the country’s leading industrial center, hosted the monochrome court of the powerful Agnelli dynasty — the undisputed masters of Fiat, Juventus, and, ultimately, the city itself. The least delinquent, as they say, was Gianni Agnelli.

Capalbio, meanwhile, was the preferred holiday refuge of the radical chic of the day.]


The Colombo-type of human being — the conformist intellectual — is, in my personal view of recent history, the longa manus of the consumer civilization Pasolini denounced, or of that other synonym so dear to Pound.He is its voice — almost hieratic — its gestures, and even its face.The conformist is, in every respect, the body of Power — of every Power.But a body like that of Alberigo dei Manfredi, described by the Supreme Poet in the Comedia: the soul already sunk into Tolomea, while the body, seemingly alive, is possessed by a devil with a goat’s face.

So when Colombo recalls, in his introduction, what Pasolini supposedly told him — “You don’t even know who’s thinking of killing you right now” — one can feel nothing but a deep, renewed sense of anguish.


Fragment from Salò, or the 120 Days of Sodom, 1975
Fragment from Salò, or the 120 Days of Sodom, 1975

For Pasolini, the body is an image of raw reality — direct, unadorned, stripped of the artificial layers that the language of any given society imposes upon it.

He captures this rawness most powerfully through the simple use of nudity.

The body, in its nakedness, becomes the symbol of a stripping away of the superfluous, of moral superstructures et similia. The naked body is the natural opposed to the civilized; the borgata (the Roman slums) in contrast to the glitter of the Parioli (the most bourgeois neighborhood) — or, to stay with the metaphor, to the Capalbio of Furio Colombo and his kind.

If one looks closely at Pasolini’s films — or at the photographs by Dino Pedriali, where Pasolini himself appears nude — that body never flirts with eroticism. It evokes only a kind of essentiality, an austerity even, but one without moral pretensions. It appears simply as it is.


P.P.P. captured by Dino Pedrali, October 1975
P.P.P. captured by Dino Pedrali, October 1975

Returning to his films —I’m thinking of certain sequences in the Trilogy of Life, where in just two shots you find: a close-up of a slum boy’s bare behind, the rotting teeth of some human relics that only Pasolini could discover, a flock of sheep under the sun, and then the full nudity of a beautiful woman. Yet never — not for a second — is the spectator’s gaze drawn toward erotic desire.Nakedness is there, yes, but as part of the whole: neither above nor beneath the framing of a stream, the ancient walls of Sana’a, an animal, the the colorful spices of an Arab market or a defecation.


Thus the body is freed from the chain of superstructures that Power, through a certain ethics, has always fastened upon it. An unbroken chain, whose first link is simple sensuality — that of taverns and brothels, licentious but codified — passing through the sentimental syrup of eroticism in all its forms, to finally produce love with CAPITAL LETTER, and culminate into the true and only purpose of our reproductive organs, and into what advertising — back then — presented as the crowning achievement of a life that could be called fulfilled: 

Getting married in order to have children.

All this, of course, while working to consume and consuming to work, endlessly.

That is why censorship was inevitable for Pasolini’s films.


The Court Case over Pasolini’s Film La Ricotta, photo by Rodrigo Pais, 1963
The Court Case over Pasolini’s Film La Ricotta, photo by Rodrigo Pais, 1963

The Power of that time, through its hegemony over language, needed to maintain control over the entire chain of superstructures at every stage. Even hinting at the first link—the most vulgar one—was tolerated; but what it could not allow was the shift in perspective on the body that Pasolini proposed. To accept it would have meant losing direct control over each individual’s sense of self.


One is naturally led to wonder, returning to an earlier thread: if the body of the conformists, in the sense of Furio Colombo, represents the body of Power, then should we perhaps seek the truly free intellectual—the nonconformist—in the naked, stripped-down body?

No! Or rather, perhaps. In any case, that’s not the heart of the matter.

But one thing I’m certain of: you can recognize, instantly, the bodies of intellectuals who refuse to conform to any totalizing power. Their teeth are torn out, their faces bruised, their bodies emaciated by hunger, a gag over their mouths to keep them from speaking—when they’re still alive, that is.


Such treatment is still applied, in the old-fashioned way, in what we like to call the non-free world.Though, in China, it seems they no longer break teeth one by one — they now use an electrical device, far more practical, that knocks them all out at once.

That, too, is progress.

In Europe, instead — which can hardly call itself the free world, being still under military occupation — Power has replaced physical violence with subtler tools: censorship, smear campaigns, dismissal, and social stigma.They let you starve quietly, right there at your desk.

That, too, they tell us, is progress.


Friends,

the post-mortem image of Pasolini’s body is explicit, and in some ways, it can be deeply disturbing.

For this reason, sensitive souls would do well not to look at it. And, truth be told, for the very same reason, it might be better if they didn’t read the interview either. Because the two — the interview and the photograph — are mirrors of one another: cause and effect, body and word, life and consequence. After all, your biological life can go on perfectly well without this additional disturbance. As it does every day, anyway.


So, do as you see fit:

happy reading — or happy living

Ceterum censeo ullam cum ... esse conciliationem.


Valete

M·PORCIVS·M·F·CATO


ree



WE ARE ALL IN DANGER – THE LAST INTERVIEW OF P.P.P.

by Furio Colombo

Translation by Anna Battista


P.P.P. photo by Gideon Bachmann, 1974
P.P.P. photo by Gideon Bachmann, 1974

This interview took place on 1st November 1975, between 4 p.m. and 6 p.m., a few hours before Pasolini was killed. The title of the interview was provided by Pasolini himself. At the end of this conversation that found us on different positions and with diverging points of view, as it often happened us in other cases as well, I asked him if he wanted to choose the title for this article. He thought about it for a little while, then said it didn’t matter and changed subject. But something else brought us back on the main topic that continuously appears in the following answers. “This is the very essence, the final meaning of everything – he said – You do not even know who, in this very moment, is thinking about killing you. If you want, give this title to the feature: Why we are all in danger”.


F.C. : Pasolini, in your articles and writings you provided us with different definitions to describe the things you hate. You started a fight, by yourself, against a lot of things – institutions, beliefs, people, powers. To facilitate our interview, I will simply say “the situation” and you will know that I intend to talk about what you are fighting against. So my first point is the following objection: the “situation” with all the bad things that it implies, basically allows you to be who you are, Pasolini. What I mean is, you have the talent and the merit for saying specific things, but what about the topics? The topics are basically offered to you by this “situation”, so the publishing or the film industry, the political situation or even simple objects. Let’s pretend that you had a magic wand, and you had the power of saying something and of making disappear all the things you hate. Wouldn’t you end up alone with no topics to tackle anymore, with no topics to fight against, I mean…


Yes, I do understand what you mean. Well, I’m not just trying to pretend that I have that magic wand, but I do believe I have it and not in a mediumistic sense. Because I do know that harping on the same subject can eventually demolish it. The exponents of the Radical Party provide us with a little example: they are just a very few people but they shook the conscience of an entire country (and you perfectly know that I often do not agree with them, but at the moment I’m getting ready to go to their convention). History provides us with more famous examples: refusal has always been a very important act carried out by saints, and hermits but also by intellectuals. The very few people who made history are those who said no, not the courtesans and the cardinals’ assistants. Therefore, an act of refusal must be total and not partial, in a nutshell it must not focus on this or that, nor must it be dictated by wisdom. Eichmann, my dear friend, was very wise, but what did he lack? He didn’t know how to say no at the very beginning, when the only thing he dealt with was the ordinary administration, the bureaucracy. Maybe he told friends, I do not like Himmler that much. He may have muttered and grumbled, as you do in a publishing house, in the office of a newspaper, among the people forming the sottogoverno (subgovernment) or on television. Maybe he objected because this or that train stopped once a day to allow the people who were being deported to go to the toilet or to have some bread and water, when two stops along the line would have been cheaper and more practical. Yet he never tried to stop the power machine. So there are three points to take into consideration here: what is “the situation”, as you call it, why you should stop it or destroy it and in which way (…)



All right — describe the “situation” then. You know very well that your interventions and your language have a bit the effect of sunlight cutting through dust. It’s a beautiful image, but you can also see (or understand) very little.


Thanks for the image of the sun, but I demand much less. I demand that you look around and notice the tragedy. What is the tragedy? The tragedy is that there are no longer human beings: there are strange machines that smash into one another. And we, the intellectuals, take last year’s railway timetable, or the one from ten years before, and then say: how odd — these two trains don’t run that way, so how did they end up smashed like that? Either the driver went mad, or he’s a lone criminal, or there’s a plot. Above all, the plot drives us mad. It frees us from the whole burden of confronting the truth on our own. How lovely it would be if, while we sit here talking, someone in a cellar were making plans to wipe us out. It’s simple, it’s easy, it’s resistance. We will lose some comrades and then we’ll organize and take them out — a little for each of us, does that seem right? Ah, I know that when they show Is Paris Burning? (Paris brûle-t-il? 1966) on television everyone is there with tears in their eyes and an insane desire for history to repeat itself, clean and beautiful (one fruit of time is that it “washes” things, like the facades of houses). Simple: me here, you there. Let’s not joke about blood, about the pain and the effort that people even then paid to “choose.” When you press your face up against that hour, that minute of history, choosing is always a tragedy. Still, admit it: it was simpler then. The Salò fascist, the SS Nazi, the ordinary man — with the help of courage and conscience — can be repelled, even from his inner life (where revolution always begins). But not now. One comes toward you dressed as a friend, polite, courteous, and “collaborates” (let’s say, on television) both to make a living and because it’s not exactly a crime. The other — or the others, the groups — come at you, or upon you — with their ideological blackmail, their admonitions, their sermons, their anathemas, and you feel that they are also threats. They march with flags and slogans, but what separates them from “power”?


In your opinion, what is power, where is it, where does it live and in which ways do you take it out into the light?


Power is an educational system that divides us into those who subjugate and those who are subjugated. But be very careful: that same educational system forms all of us, from the people in the so-called establishment to the poorest social classes. This is the main reason why we all want the same things and behave in the same ways. Members of the establishment may use a board of directors or a stock exchange manoeuvre; people from more disadvantaged classes may use a metal bar. You essentially use a metal bar to violently obtain what you want. But why do you want it? Because they told you that wanting something is a virtue and you are therefore exercising your right-virtue. So you’re a murderer, but you’re essentially good.


They said you are not able to distinguish between politics and ideology anymore, that you are not able to detect the profound difference between those among the young people who are fascists and those who aren’t fascists.


This is actually the reason why earlier on I mentioned to you the railway timetable. Have you ever seen those puppets that make kids laugh because their body faces one direction and their heads another? I think that Totò[1] managed to recreate such a trick. Well, this is how I see all those intellectuals, sociologists, experts and journalists full of their noble intentions: with their body here and their minds somewhere else. I’m not saying there is no fascism. I’m just saying stop talking about going to the beach if we’re on the mountains since we are dealing with a different kind of landscape here. There is a sort of desire to kill here and this desire binds us like sinister brothers in the sinister failure of an entire social system. I guess it would be easier to isolate the black sheep. I do see the black sheep. In fact there are quite a few of them around and I can see all of them. As I told Moravia, this is the problem: I’m paying a price for the life I lead…It’s as if I were descending into Hell. Back from my journey – if I ever came back – I would have experienced other things, more things than other people. I’m not saying that you would have to believe what I recounted to you after my journey, but you would have to keep on changing topic to avoid facing the truth.


But what is the truth?


I’m sorry I’ve used this word. I wanted to say “evidence”. But let me put some order into things. The first tragedy we live is one shared, compulsory and the wrong education that pushes us to own everything at any price. We are pushed and pulled around like a strange dark army; some of us fight with the heavy artillery, others with just a metal bar. As it usually happens, the group gets divided and some decide to fight with the weak ones. But I think that, in one way or the other, we are all weak because we are all victims. And we are all guilty, because we are all ready to play at slaughtering each other, as long as we are able to own everything at the end of the slaughter. In a nutshell, the education we received can be summarised with these words – having, owning and destroying.


But let me go back to my first question. You magically abolish everything, but your job is writing books and you need people who read them. Therefore you need educated consumers for your intellectual products. You make films and therefore you need not only a large audience (in fact you often manage to achieve popular success, so you are avidly “consumed” by your audience), but you also need a great technical organisation, an industrial machine in between. If you make all this disappear with a sort of early Catholic or early Chinese magic monasticism, what will you be left with?


I will be left with everything. Indeed, I will be left with myself; I’m alive, I’m in this world, I can see, I can work, I can understand. There are hundreds of ways to tell stories, to listen to languages, reproduce dialects and create a puppet theatre. The others will be left with much more. They, educated or ignorant like myself, will be able to stand up to me. The world will become a larger place, everything will be ours and we won’t need the Stock Exchange, the Board of Directors or the metal bar to steal from each other. You see, in the world that many of us dreamt about (I’m repeating it to you: read last year’s railway timetable or read the timetable of many years ago), there was the evil master with the top hat and the pockets full of dollars and the emaciated widow with her children, asking for justice. In a nutshell, Brecht’s beautiful world.


And you miss that world.


No! I miss the poor and genuine people who fought to abolish that master without turning into him. Since they were excluded from everything, nobody had managed to colonise them. I’m scared of these slaves in revolt because they behave exactly like their plunderers, desiring everything and wanting everything at any price. This dark obstinance leading to total violence is not letting us see who we are. Whoever is taken dying to the hospital is more interested – if there is still some life left in them – in hearing what the doctors will tell them about their chances to live, than in what the police will tell them about the dynamics of the attempted murder perpetrated against them. I’m not putting intentions on trial and I’m not interested in the cause-effect chain, or in spotting who did this or that first and who is the guilty head of the gang. I think we have defined what you call “the situation”. It is a bit like when it rains and the manhole covers are blocked: the innocent rain water rises and, even though it doesn’t have the fury of the sea or the rage of a river, for a very simple reason, it doesn’t go down, but rises. It is the same rain water that appeared in so many children’s poems and songs about “singing in the rain”. Yet it rises and drowns you. If we have reached this point I would like to add let’s not waste time to label things, but let’s see how we can let water drain away before we drown.


So, for this reason, you would like all people to be ignorant and happy shepherds with no compulsory education.


It sounds very stupid putting things like this. But compulsory education creates by force desperate gladiators. Like desperation or rage, the crowd gets bigger. So let’s say I made a provocation (even though I don’t think I did). But tell me another thing: it’s obvious that I regret the genuine and direct revolution of the oppressed masses whose main aim is freeing themselves and become their own masters. My best thoughts may even inspire me in one of my next poems, but, surely, what I know and what I’m seeing at the moment will not inspire me. What I mean is, I go down to Hell and I discover things that do not bother other people. But be careful: Hell is rising and it’s coming at you. It is true that it dreams its uniform and (sometimes) its justification, but it’s also true that its desire of hitting with a metal bar, of attacking, of killing is strong and random. And this won’t remain for a long time the private and risky experience of those ones who have “experienced violence”. Do not delude yourself. Together with school, television, and the calmness of your newspapers, you are the great preservers of this horrid order based upon the idea of owning and destroying. Blessed are thou who are happy when you can put on a murderer a label. This looks to me like another of the many mass culture operations. Since one cannot stop certain things from happening, one finds peace in pretence.


But abolishing surely means to create as well, if you don’t consider yourself a destroyer. Your books, for example, what’s their final aim? I don’t want to become like those who get anxious more about culture than about people, but these people that you save can’t behave like primitives anymore (this is an accusation that is frequently moved against you) in your vision of a new world and, if we do not want to use the “most advanced” forms of repression…


Which makes me shiver.


If we do not want to use commonplace definitions, we must still give out some indications. For example, in sci-fi, like in Nazism, books are often burnt as a sign of initial extermination. If we close schools and we close television stations, how will you keep your vision alive?


I think I have already explained myself with Moravia. To “close down” in my language means to change. And we must dramatically and drastically change things to reflect the dramatic and drastic situation we are living in. What is not allowing me to have a real debate with Moravia and above all with Firpo [2], for example, is that we seem not to be able to see the same scene happening around us, or not to know the same people or not to hear the same voices. You as a journalist may think that something happens only when it appears written down and titled on the pages of a newspaper. But what’s behind this piece of news? I think we are missing the surgeon analysing the fact and then stating: ladies and gentlemen, this is not cancer, it’s just a little piece of news. What is cancer? It’s something that changes all the cells that makes them grow at a crazy rhythm, without respecting any previously established logic. So, is the ill person who dreams about his previous health a nostalgic, even though before the illness struck he was stupid and a wretch? So, first of all, we will have to make an effort to have the same vision. I listen to the politicians – all the politicians – with all their little presumptions and I turn into a mad man as they prove they do not know which country they are talking about, they are as far away as the moon. And together with them there are the men of letters, the sociologists and the experts in any kind of field.


So why do you think that for you some things are clearer?


I don’t want to talk anymore about myself, maybe I have already said too much. Everybody knows that, as a person, I do pay for what I say. But there are also my books and my films that end up paying for me. Maybe I’m wrong after all, but I keep on thinking that we are all in danger.


Pasolini, if you see life in this way – and I don’t even know if you will accept this question – how do you think you will avoid danger and risk?


...



It was late and Pasolini hadn’t turned on the light, so it became difficult to take notes. We leafed through my notes. Then he asked me to leave my questions with him. “There are some bits that sound a bit too definite. Let me think about them, let me go through them and let me think about a conclusion. I do have something in mind to reply to your question. I find it easier to write than to speak. I will give you back the notes I’m adding tomorrow morning”. The day after, on a Sunday, the lifeless body of Pier Paolo Pasolini was in the morgue at Rome’s police headquarters.



ree





NOTE OF THE TRANSLATOR:


[1] Antonio De Curtis, better known by his stage name Totò, was an Italian comedian, film and theatre actor, writer, singer and songwriter. The heir of the Commedia dell’Arte tradition, he was famous for mimicking the body movements of a puppet in some of his performances. He also starred in some of Pier Paolo Pasolini’s fims such as Uccellacci e Uccellini (The Hawks and the Sparrows, 1966).


[2] Alberto Moravia (1907-1990) was an Italian writer; Luigi Firpo (1915- 1989) was an Italian historian and politician.

Abonnieren Sie
den Newsletter

Danke fürs Einsenden!

Um über unsere Aktivitäten auf dem Laufenden zu bleiben

©culturainattoMMXXIV
Logo Cultura in Atto International 2025

Cultura in Atto

Eine internationale Bewegung, die Kultur in ihrer Gesamtheit fördert, darunter Kunstmusik, Lyrik, Philosophie, Naturwissenschaft...

GRAΦCA TussraheTallin. Edited by AULIC. 

bottom of page