FRANCESCO ZEVIO - EUROPA: RIARMO E OPPRESSIONE
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Prendiamo un esempio qualsiasi: l’accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti entrato in vigore a inizio agosto. Dazio del 15 per cento su quasi tutte le esportazioni europee verso l’America di fronte all’impegno europeo, non solo di non sognarsi di fare qualcosa di simile verso i prodotti americani, ma anche di investire 600 miliardi nel “settore strategico” statunitense, di incrementare “sostanzialmente l’approvvigionamento dagli Stati Uniti di equipaggiamento militare e di difesa,” di aumentare gli acquisti di “prodotti americani di gas naturale liquefatto, petrolio, energia nucleare” per un totale di circa 750 miliardi in tre anni e “in più, l’acquisto di chip d’intelligenza artificiale americani per i suoi data centers per un valore di almeno 40 miliardi” [1] . C’è chi la considera una Nanchino europea: dal nome del “trattato” imposto alla Cina dall’allora Impero Britannico al concludersi della prima guerra dell’oppio (1842), persa dalla Cina e considerata da questo paese come l’inizio del suo “secolo d’umiliazione”.
L’Europa, quale si delinea in particolare in questi ultimi anni – sostegno whatever it takes economico e militare a Zelensky, privazione del gas russo a basso prezzo, sabotaggio dei tentativi di pace in Ucraina, complicità nel genocidio palestinese, ovvero suicidio etico-diplomatico internazionale, ora la scelta di una dipendenza dalle esportazioni energetiche americane – questa Europa non ha più alcuna credibilità. Eppure, paradossalmente, sta facendo benissimo. Sta ottemperando alla ragione (più o meno taciuta) del suo esistere: servire gli interessi americani. Proprio come la funzione principale della NATO è quella di garantire la subordinazione strategica dell’Europa a Washington. E questo ce lo diciamo tutti (tranne chi, da circa tre anni, non smette di cadere dalle nuvole producendosi in giravolte ideologiche e morali da togliere il fiato…) ce lo diciamo tutti, o perlomeno in molti, da anni, e non è il caso di ripetercelo ancora.
Ma una cosa va ripetuta: e questa cosa è che le politiche di riarmo non saranno assolutamente in grado di invertire o capovolgere questa situazione. La NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) non può coesistere con una forza europea autonoma: e la consegna del compitino è l’aumento dal 2 al 5 per cento della quota di PIL consacrata da ogni stato membro dell’Unione all’alleanza atlantica. Spacciare questo per un passo verso l’autonomia strategica europea è puro fumo negli occhi. Dirsi che in ogni caso, nonostante la situazione presente, questo rafforzamento del braccio europeo dell’alleanza atlantica possa, in seguito ad avvenimenti e rovesciamenti non ben specificati né tantomeno programmabili, rappresentare una premessa per una futura autonomia strategica europea, beh… mi sembra una delle tante possibili utopie. Ma un’utopia futura che contribuisce ad acuire la distopia presente. E francamente, se si deve scegliere un’utopia, ne preferisco una le cui premesse non inquinino il presente di propaganda bellicista, armi, paura, distruzione differita o in differita. Perché – e pure questo giova ricordarlo – è di questo che si tratta. È pazzesco… sono sempre tutti per la pace. Se la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, quella della loro pace deve esserlo di bombe (solo convenzionali, si spera). Sempre tutti per la pace – in primis gli abietti visionari della riviera d’incubo innominabile, i beniamini della grande America e del grande Israele – sempre tutti per la pace. Decisamente è venuto il tempo di non essere più per la pace, ma di essere contro la guerra. Il che significa anche e soprattutto essere contro le sue premesse.
Sul piano individuale, i problemi principali mi sembrano essere due, e s’incrociano. Le nostre menti sono ancora inquinate da un mito romantico, i nostri occhi sono ancora ciechi a un dato di fatto. Almeno questo è quello che ho pensato nel considerare l’acquisizione a politiche belliciste di intelligenze rispettabili, di persone e caratteri già pacifisti, moderati. Partiamo dal mito romantico, che può essere riassunto nella formula “meglio morto che oppresso”. Libertà… questo grande valore di civiltà, ma dalla definizione funzionalmente vaga e instabile. La minaccia (quanto essa sia concreta non c’interessa, in questa sede) dell’oppressione russa, in futuro cinese, porta frange della popolazione europea ancora abitate da questo mito ad avallare politiche di premessa alla guerra, a morte e distruzione. E qui entra in gioco la cecità a un dato di fatto. Ovvero: non siamo forse già oppressi?
Non siamo forse già oppressi? oppressi da quel sistema che tra l’altro guadagna, e pure bene, anche dalla produzione degli strumenti di sterminio? forse abbiamo l’impressione di essere meno oppressi perché, nel sistema esteso e inglobato su scala mondiale, facciamo ancora parte di quel “primo mondo” che concentra più vantaggi che svantaggi, che raccoglie più briciole dalle mani degli assassini, ancora capace di esternalizzare la distruzione e la morte, la non-sostenibilità connaturata al sistema stesso, a uno stile di vita tanto ecologicamente insostenibile quanto ideologicamente non negoziabile da una parte di questo “primo mondo”? Schiavi di serie A… ma pur sempre schiavi. Siamo già oppressi. Forse non ancora del tutto dall’odierno Ordine Mondiale, ma certo dal presente Ordine Industriale. Non abbiamo nessuna autonomia, non determiniamo minimamente le categorie della vita sociale. Non scegliamo come venga creata la ricchezza, come venga creata e definita l’abbondanza. Non siamo: non sappiamo né chi né come chiamarci “noi”. Per strappare più briciole possibili dal banchetto del Creso Industriale dobbiamo accettare che tutto ciò che vive sia da lui toccato e trasformato in oro morto, accettare la divisione del lavoro che ci impone, i suoi parametri di produzione e ridistribuzione, ricevere il soldo di questa soggezione. Perché, più ancora che per l’effettivo lavoro che svolgiamo, è per la nostra quiescenza nello (ed acquiescenza allo) stato presente della divisione del lavoro, della produzione, della ridistribuzione e in definitiva della coscienza, che siamo retribuiti. Se il cosiddetto “Occidente” non voleva finire per essere minacciato dall’eventualità di un embargo cinese sulle terre rare, per esempio, doveva evitare di subappaltare alla Cina la loro estrazione e produzione, doveva evitare di chiudere un occhio sul suo dumping ecologico ed economico. Evitare di applicare i propositi espressi nel Summer memo del 1991, ovvero i consigli dell’allora capo della Banca Mondiale Lawrence Summer, il quale suggeriva alle economie sviluppate di esportare le loro industrie inquinanti nei paesi poveri del mondo secondo una «logica economica impeccabile» di divisione mondiale del lavoro [2].
Siamo già oppressi. Una necessità ancora più ferrea e difficile da sopportare, ancora più intollerabile ci opprime già da ora – una necessità sociale, umana, artefatta, fatta ad arte per il perfetto funzionamento di un sistema – una necessità tecnica le cui leggi non sono più quelle della natura, ma di apparati statali, economici, logistici, finanziari… di istituzioni prodotte dall’uomo; una necessità la cui oscura e cieca forza non è basata sui cicli dell’azoto o dell’ossigeno, sulla fisiologia di quel fine strato di universo compreso fra lito e stratosfera e chiamato Gaia, ma sulla fisiologia, sul metabolismo di un sistema socioeconomico che con la sua estensione illimitata tende a divenire una forza ineluttabile, qualcosa di tanto imponente, impersonale, distruttivo e inumano quanto le esplosioni vulcaniche del Permiano. Ormai lo sappiamo: le forze scatenate dalla macchina socioeconomica, dallo stato presente dell’Ordine Industriale, divengono tanto incontrollabili e micidiali quanto le forze geologiche. Ma, a differenza di forze e catastrofi naturali, la cui ineluttabilità e irriducibile alterità ad esso permette comunque all’umano, animale creatore di senso,
di poter trovare una forma di serenità nella rassegnazione, all’ineluttabilità percepita nel confronto delle forze sociali non si accompagna questa possibilità di catarsi. Perché, sebbene le leggi su cui si fondano siano umane, la loro necessità si presenta come impersonale e disumana – stato di cose, questo, che non può che contribuire alla frantumazione della psiche. Un senso di responsabilità e complicità, un sentimento di correità ci perseguita. E se non nella luce della coscienza, siamo braccati nella notte dell’inconscio – e allora la violenza fermenta nel non-detto, la psicosi penetra più profondamente e conforma ai suoi gesti i nostri gesti, ai suoi istinti i nostri istinti.
Siamo già oppressi. Allora di che si tratta? di preservare il nostro status e titoli di status d’oppressi AAA a suon di bombe convenzionali? o nel frattempo questo status è divenuto tanto non-negoziabile e necessario alla nostra esistenza da far sì che una sua minaccia sia considerata una nostra minaccia esistenziale, al punto da non scartare il rischio di passare a giocare coi balocchi non convenzionali? Après moi, le déluge (nucleare, beninteso). Perché, a continuare a ragionare in questo modo, non si può che arrivare a questo, o a qualcosa di terribilmente simile – il presente, per esempio: guerra mondiale a pezzi, armageddon in slow motion.
Torniamo a Nanchino. Noi denunciamo i “metodi” di Mao, ma forse il suo era il solo modo, o in ogni caso il più efficace, per far sì che la Cina tornasse a giocare nel cortile dei più potenti dopo un secolo di umiliazione. Ora è l’Europa ad essere umiliata, ad essere indietro nella corsa alla potenza. Da molto tempo la sua è una volontà d’impotenza. Cosa fare? mettersi gambe (e soprattutto armi) in spalla e provare a raggiungere e poi sorpassare Stati Uniti, Russia, Cina… domani forse l’India nella corsa alla potenza? In tal caso, gioverà forse ispirarsi ai metodi di Mao, o di Lenin e di Stalin. E poi vedremo cosa resterà dell’Europa… o di ciò per cui vale la pena difenderne l’esistenza armandosi fino ai denti, convertendosi impietosamente ai mezzi della potenza.
Il punto è che in questa corsa alla potenza i fini non giustificano i mezzi. Ne sono persuaso: e ciò che resta della mia speranza è dovuto al fatto di sapere che non sono il solo ad esserlo. Se proprio dobbiamo scegliere un’utopia, vogliamo scegliere quella della non-potenza, del non-sviluppo dei mezzi della potenza. Se dobbiamo sognare, se dobbiamo agire e costruire, vogliamo farlo nel senso del rifiuto dei mezzi della potenza. Perché sono prima di tutto i mezzi a determinare il presente: ed il presente non è mai solo presente, ma premessa – e promessa – di futuro.

No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei» […] Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi.
P. P. Pasolini, estratto dall’ultima intervista
NOTE
[2] Guillaume Pitron, La guerre des metaux rares.

Francesco Zevio
Co-fondatore del movimento Cultura in Atto, ha pubblicato due libri di poesia (Suite dei mondi e Liriche randagie) e due manualetti per l’apprendimento del latino e del greco antico. Ha studiato e vissuto in Italia, Germania e Francia, paese in cui vive, insegna e milita attualmente.
EUROPE: REARMAMENT AND OPPRESSION

Let's just take one example among many: the trade agreement between European Union and United States that came into force at the beginning of August. The treatment introduced a 15 per cent tariff on almost all European exports to America in exchange for Europe's commitment not only to refrain from doing anything similar to American products, but also to invest “$600 billion across strategic sectors in the United States through 2028,” to increase the purchases of “US liquified natural gas, oil, and nuclear energy products with an expected offtake valued at $750 billion through 2028,” and “in addition […] purchase at least $40 billion worth of US AI chips for its computing centres” [1]. Some consider it a European Nanjing, named after the “treaty” imposed on China by the then British Empire at the end of the First Opium War (1842), which China lost and which it considers the beginning of its “century of humiliation”.
Europe, as it has been shaping up in recent years – providing whatever-it-takes economic and military support to Zelensky, depriving itself of cheap Russian gas, sabotaging peace efforts in Ukraine, playing the accessory role in the Palestinian genocide, i.e. contributing to its international diplomatic and ethical suicide, and now choosing dependence on American energy exports – this Europe no longer has any credibility. Yet, paradoxically, it is doing very well. It is fulfilling the (more or less unspoken) reason for its existence: to serve American interests. Just as NATO's main function is to ensure Europe's strategic subordination to Washington. And we all say this (except for those who, for about three years, have been falling from the clouds, performing breath-taking ideological and moral somersaults…). We all say this, or at least many of us have been saying this for years, and there is no need to repeat it again.
But one thing must be repeated: rearmament policies will absolutely not be able to reverse or overturn this situation. NATO (North Atlantic Treaty Organisation) cannot coexist with an autonomous European force: and Europe’s homework is to increase the share of GDP devoted by each member state to the Atlantic alliance from 2 to 5 per cent. To pass this off as a step towards European strategic autonomy is a pure smokescreen. To say that, in any case, despite the current situation, this strengthening of the European arm of the Atlantic alliance could, following unspecified and unpredictable events and upheavals, represent a prerequisite for future European strategic autonomy, well… it seems to me to be one of many possible utopias. But a future utopia that contributes to exacerbating the present dystopia. And frankly, if I have to choose a utopia, I prefer one whose premises do not pollute the present with warmongering propaganda, weapons, fear, and deferred or delayed destruction. Because – and this is also worth remembering – that is what this is all about. It's crazy… everyone is always in favour of peace. If the road to hell is paved with good intentions, the road to their peace must be paved with bombs (only conventional ones, hopefully). Everyone is always in favour of peace – first and foremost the despicable visionaries of the unmentionable nightmare riviera, the sons-of-the-(extreme)right-hand of great America and greater Israel – everyone is always in favour of peace. The time has definitely come to no longer be in favour of peace, but to be against war. Which also and above all means being against its premises.
On an individual level, there seem to be two main problems, and they are intertwined. Our minds are still polluted by a romantic myth, our eyes are still blind to a fact. At least that is what I thought when considering the acquisition of respectable minds, people and mild characters by warmongering policies. Let's start with the romantic myth, which can be summed up in the phrase “better dead than oppressed”. Freedom… this great value of civilisation, but with a functionally vague and unstable definition. The threat (how real it is does not concern us here) of Russian oppression, and in the future Chinese oppression, leads sections of the European population still inhabited by this myth to endorse policies that pave the way for war, death and destruction. And this is where blindness to a fact comes into play. Namely: are we not already oppressed?
Are we not already oppressed? Oppressed by that system which, among other things, profits handsomely from the production of instruments of extermination? Perhaps we feel less oppressed because, in this extended system that has been incorporated on a global scale, we are still part of that “first world” that concentrates more advantages than disadvantages, that collects more crumbs from the hands of murderers, still capable of outsourcing destruction and death, the unsustainability inherent in the system itself, in a lifestyle that is as ecologically unsustainable as ideologically non-negotiable for part of this “first world”? First-class slaves… but slaves nonetheless. We are already oppressed. Perhaps not yet entirely by today's World Order, but certainly by the present Industrial Order. We have no autonomy, we do not determine the categories of social life in the slightest. We do not choose how wealth is created, how abundance is created and defined. We are not: we do not know who or how to call ourselves “us”. In order to snatch as many crumbs as possible from the banquet of the Industrial Croesus, we must accept that everything that lives is touched by him and transformed into dead gold, we must accept the division of labour he imposes on us, his parameters of production and redistribution, and receive the pittance of this subjugation. Because, even more than for the actual work we do, it is for our acquiescence in (and compliance with) the current state of the division of labour, production, redistribution and, ultimately, consciousness, that we are remunerated. If the so-called “West” did not want to end up threatened by the possibility of a Chinese embargo on rare earths, for example, it had to avoid subcontracting their extraction and production to China, it had to avoid turning a blind eye to China’s ecological and economic dumping. It should have avoided implementing the proposals set out in the 1991 Summers memo, namely the advice of the then head of the World Bank, Lawrence Summers, who suggested that developed economies should export their polluting industries to the world's poor countries according to an “impeccable economic logic” of global division of labour[2].
We are already oppressed. An even more fatal and difficult to bear, an even more intolerable necessity oppresses us – a social, human, artificial necessity, crafted for the perfect functioning of a system – a technical necessity whose laws are no longer those of nature, but of state, economic, logistical, financial apparatuses… of man-made institutions; a necessity whose dark and blind force is not based on the cycles of nitrogen or oxygen, on the physiology of that thin layer of universe existing between lithosphere and stratosphere which is called Gaia, but on the physiology, on the metabolism of a socio-economic system which, with its unlimited extension, tends to become an inescapable force – something as imposing, impersonal, destructive and inhuman as the volcanic explosions of the Permian period. We now know that the forces unleashed by the socio-economic machine, by the current state of the Industrial Order, are becoming as uncontrollable and deadly as geological forces. But unlike natural forces and disasters – whose inevitability and irreducible otherness allow humans, creatures who create meaning, to find a form of serenity in resignation – the inevitability perceived when facing social forces is not accompanied by this possibility of catharsis. Because, although the laws on which they are based are human, their necessity appears impersonal and inhuman – a situation that can only contribute to the fragmentation of the psyche. A sense of responsibility and complicity, a feeling of co-perpetration haunts us. And if not in the light of consciousness, we are hunted down in the night of the unconscious – and then violence ferments in the unsaid, psychosis penetrates more deeply and shapes our gestures to its gestures, our instincts to its instincts.
We are already oppressed. So what is this about? Gunning our way with conventional bombs in order to preserve our AAA oppression status and government bonds? Or has this status become so non-negotiable and necessary to our existence that any threat to it is considered an existential threat to us, to the point that we cannot rule out the risk of playing with unconventional toys? Après moi, le déluge (nuclear deluge, of course). Because, if we continue to think this way, we can only end up with this, or something terribly similar – the present, for example: a world war in pieces, an Armageddon in slow motion.
Let's go back to Nanjing. We denounce Mao's “methods”, but perhaps his was the only way, or at least the most effective way, to ensure that China returned to play in the playground of the most powerful after a century of humiliation. Now it is Europe that is being humiliated, lagging behind in the race for power. For a long time now, its will was a will to powerlessness. What can be done? Should we arm ourselves and try to catch up with and then overtake United States, Russia, China… tomorrow perhaps India in the race to power? If so, it might be useful to take inspiration from the methods of Mao, or of Lenin and Stalin. And then we will see what remains of Europe… or of what is worth defending by arming ourselves to the teeth, by mercilessly converting to the means of power.
The point is that in this race to power, the end does not justify the means. I am convinced of this, and what remains of my hope is due to the fact that I know I am not alone in this conviction. If we really have to choose a utopia, we want to choose that of non-power, of non-development of the means of power. If we have to dream, if we have to act and build, we want to do so in the sense of rejecting the means of power. Because it is first and foremost the means that determine the present: and the present is never just the present, but a premise – and a promise – of future.

No! I miss the poor and genuine people who fought to abolish that master without turning into him. Since they were excluded from everything, nobody had managed to colonise them. I’m scared of these slaves in revolt because they behave exactly like their plunderers, desiring everything and wanting everything at any price. This dark obstinacy leading to total violence is not letting us see who we are […] I go down to Hell and I discover things that do not bother other people. But be careful: Hell is rising and it’s coming at you.
P. P. Pasolini, Last interview
NOTES
[2] Guillaume Pitron, La guerre des metaux rares.

Francesco Zevio
Co-founder of Cultura in Atto, he has published two books of poetry (Suite dei mondi and Liriche randagie) and two manuals for learning Latin and ancient Greek. He has studied and lived in Italy, Germany and France, where he currently lives, teaches and militates as an activist.



