FRANCESCO ZEVIO - INTOLLERANZA ALL’INCERTEZZA
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I “nodi” essenziali di questo scritto risalgono a oltre due anni fa, la prima stesura allo scorso settembre. L’atmosfera soffocante che toglie il fiato e la parola, evocata per esempio in https://www.culturainattointernational.com/post/francesco-zevio-militarizzazione-della-parola , persiste e anzi, si è fatta (e annuncia farsi) ancora più opprimente. E forse tra poco, con l’adozione della definizione operativa di antisemitismo proposta dal disegno di legge n.1004, quanto scritto a proposito della “politica dell’attuale governo d’Israele,” potrebbe considerarsi materia di reato. Approfitto per riportare quanto commentato a proposito di questo ddl – passato un po’ in secondo piano tra l’ultima stagione di famiglie-in-fantabosco e referendum – da Amnesty International Italia [https://www.amnesty.it/ddl-antisemitismo-il-testo-proposto-al-senato/].
Europa, 18.03.2026

Un veleno inquina le menti. Come un fiume da scarti industriali, così il pensiero è contaminato dai reflussi di una vita dello spirito sempre più a immagine e a misura dell’industria – una vita che ne assimila i ritmi per consuetudine, che ne avvalla acriticamente premesse e conseguenze, che inconsciamente ne riproduce la logica. Ciò si traduce in uno sconvolgimento dell’ecosistema cognitivo: qualcosa a cui la nostra specie è stata forse destinata, in principio, dalle conseguenze già implicite nello sviluppo della scrittura e di una cultura scritta, ma in cui è stata recentemente precipitata dalle tappe che hanno scandito la storia del trionfo capitalistico-industriale, dal ritmo sempre più frenetico e incalzante. Questi reflussi sono il prodotto di un ordine sociale in cui la razionalità, sotto nomi quali quelli di “progresso” e di “sviluppo,” è divenuta il monopolio di economia e tecnoscienza; prodotto di una storia il cui fine è stato demandato a questo monopolio, il quale ha preteso fare tabula rasa di tutti i valori, di tutte possibilità di senso che non coincidessero con la propria razionalità.
Uno degli elementi minimi di questo veleno, quasi un gruppo funzionale di questa molecola inquinante o PFAS cognitivo, è l’intolleranza all’incertezza. Incapaci di sostenere il peso dell’incertezza in un mondo estremamente complesso nel quale l’umanità tutta, al di là di confini geo-politicamente definiti, è presa in una rete di azioni e retroazioni, un mondo in cui l’economia neoliberale ci riunisce – de facto, sebbene non ancora de iure – all’interno di un impero globale, in questo mondo, l’incapacità a sostenere l’incertezza mina le possibilità stesse di una presa di coscienza e di un’assunzione di responsabilità anche solo individuali. (Questo si manifesta anche e soprattutto nella preminenza ancora accordata da esperti, editocrati, politici, giornalisti e sacerdoti vari della Realpolitik alla dimensione geo-politica sulla dimensione socio-ecologica. A questo proposito, la scelta di accordare più importanza e spazio mediatico alle alterne vicende della guerra civile globale per la spartizione dei ruoli e la potenza di un sistema che sta portando al collasso degli equilibri planetari dell’Olocene – come la rapida distruzione della complessità biotica risultata da millenni d’evoluzione organica – piuttosto che alla criticità circa il sistema stesso in quanto sistema unificato e alla necessità di ripensarlo e di agire per trasformarlo radicalmente, è prova eloquente di tale intolleranza all’incertezza. Preferiamo considerare lo scioglimento dei ghiacciai artici nella prospettiva di un aggiornamento della cartina del risiko geopolitico, come avviene in Limes, che non in quanto segno dell’insostenibilità dei dogmi impliciti e criteri direttivi del nostro stile di vita, come la pretesa di tendere a una crescita teoricamente infinita della produzione e dei consumi in un sistema – il pianeta – finito, dogmi e criteri culminanti nella teologia schizofrenica del PIL).
Oltre a precludere la presa di coscienza e di responsabilità, tale incapacità, presto mutata in intolleranza proprio per il fatto di non ammettere né coscienza né responsabilità, non può che favorire il desiderio d’ignoranza e l’ignoranza stessa, a cui viene ad aggiungersi un senso d’orgoglio. Orgoglio, se non addirittura arroganza, che porta ad una eccessiva confidenza nei propri supposti giudizi, in opinioni che non pretendono nemmeno più d’essere fondate, fino a capricci e pregiudizi sfacciatamente assunti in quanto tali (esempio plateale e ormai globalmente rappresentativo: l’attuale presidente americano). Perché l’ignoranza non è mai una pagina bianca: bensì un foglio farcito d’opinioni, di riflessi e pregiudizi andati maturando nel corso di una vita. Vita soggetta a infinite forme di persuasione, a più o meno subdoli imperativi sociali che si esprimono e che ci condizionano nella pubblicità – nell’ingiunzione al consumo, all’accumulo, al lavoro produttivo – nella propaganda, nell’inconscio sociale e insomma in tutti i mezzi a disposizione dello stato presente del sistema socioeconomico per assicurare il meccanismo della sua riproduzione. Ogni uomo è filosofo – scriveva Gramsci – nel senso che ogni uomo reca in sé una visione del mondo ereditata dalla propria storia e costruita a partire dall’ambiente in cui si ritrova a vivere: sommatoria di tutte le esperienze sue proprie, ma anche e soprattutto di tutte le premesse stesse dell’esperienza – definite da una storia che egli eredita e condivide con altri uomini – che l’hanno portato, anche suo malgrado, ad essere ciò che è nel presente. Ma di ciò si può essere coscienti o meno. E da questa coscienza può derivare un senso, più o meno acuto, di responsabilità. Se a questo senso si accompagna una qualche disponibilità di tempo e di mezzi, una dose di buona volontà, i consigli di qualche amico o buon maestro, allora il cammino della cultura propria a una società complessa – ovvero una cultura in grado di assumere la complessità del mondo e le contraddizioni inerenti al mondo di cui è prodotto come proprio oggetto – questo cammino è intrapreso, è in atto. Il nostro stato d’ignoranza, questa ignoranza comune a tutti (poiché siamo tutti ineluttabilmente eredi di una storia: tutti noi abbiamo ereditato determinate premesse alla nostra esperienza e dunque subìto, in una certa misura, la costruzione della nostra personalità, la progressiva formazione della nostra visione del mondo) non è più sola, procede accompagnata. Così Dante compie il suo viaggio nei regni, scortato da Virgilio.
La facoltà di convivere con l’incertezza è vitale nelle nostre società. Siamo chiamati a vivere in un mondo in cui i mezzi della potenza hanno raggiunto un livello di sviluppo inedito alla storia della specie, potenzialmente micidiale per essa stessa, e in cui la storia e la cultura che ereditiamo non hanno più niente di paradossalmente naturale. Dico “paradossalmente” perché non può darsi, se non nei sogni degli epigoni e lettori superficiali di Rousseau, una cultura o una storia o un’umanità in stato di natura, “naturali”. (Come pure non può darsi un’umanità in “puro” stato sociale o tecnico. Ovvero: non esiste uno scarto incolmabile fra i due aspetti, ma porosità. I loro rapporti sono di coesistenza: “naturale” e “socio-tecnico” sono i termini dell’unità complementare che sola dà senso – il suo senso specifico, anche in termini biostorici – all’umanità). Se tuttavia dovessimo identificare una cultura propria a un presunto stato di natura, questo senso di “naturalità” le deriverebbe dalla presenza di una proporzione perlopiù stabile tra i ritmi dell’esistenza umana – inserita nella più ampia evoluzione del suo complesso sociale – e i ritmi dell’ambiente: ovvero dalla relativa stabilità di un ambiente e dei modi sviluppati da un certo gruppo umano di entrarvi in relazione, di abitarlo. Gli Achouar di Descola, i Melanesiani delle isole Trobiand di Malinowski, i Boscimani del deserto del Kalahari di John Seymour… in tutti questi casi, partecipare a una cultura significa “semplicemente” assimilarne e riprodurne le forme ereditate in un ambiente che sia ecologicamente, socialmente, tecnicamente di una relativa stabilità. La naturalezza dovuta al mero meccanismo della riproduzione sociale – quindi al fatto che gli appartenenti a un dato gruppo umano siano portati a riprodurre “naturalmente,” appunto in tutta naturalezza, le forme ereditate dalla propria cultura – si accoppia qui con un senso di “naturalità” dovuto alla relativa stabilità dell’ambiente con cui tali società interagiscono, coabitano e co-evolvono. Da qui, da questa sorta di isoritmia, l’impressione di “natura” associata a queste culture “primitive” dal viaggiatore (o lettore di cronache di viaggio) europeo che, nel corso di una sola vita, poté contemplare un pastore teocriteo e le sue greggi sulle rovine del foro romano, in un crepuscolo senza tempo, leggere e far rivivere le parole di Pindaro o Teocrito e insieme assistere alla nascita delle prime macchine a vapore, o agli ulteriori sviluppi del cannone. Una società comincia ad avere un bisogno vitale di incertezza – e della capacità di convivervi – nel momento in cui questa isoritmia viene meno, ovvero nel momento in cui i ritmi dello sviluppo dei mezzi della sua potenza sorpassano e minacciano di stravolgere i ritmi del suo ambiente umano ed ecologico, rimettendone in dubbio la stabilità stessa e portando, o preludendo, a sconvolgimenti che possono minare gli stessi fondamenti della sua sussistenza. Nel momento in cui il ritmo di mutazione del complesso sociale, ritmo definito essenzialmente da fattori tecnici (e quindi, in un certo senso, esogeni all’uomo: perché esso ha storicamente potuto concentrarvi e oggettivarvi una potenza che l’oltrepassa, capace di sfuggirgli e di subordinare le masse di individui alle proprie necessità) supera il ritmo, definito nell’essenziale da fattori endogeni, dell’adattazione umana e ambientale. Diviene allora necessario, appunto vitale, rimettere in questione la naturalezza della riproduzione sociale. Se ciò non avviene, il destino degli individui e finanche dell’ambiente afferenti a un dato complesso sociale si configura come quello dei devoti nella cerimonia di Jagannātha – rovesciati, travolti dal carro della divinità che stanno venerando (va detto che la storia è prodotto della propaganda coloniale inglese… ma rende bene l’idea). E la divinità che stiamo venerando è la crescita. Meglio ancora: la corsa ai mezzi della potenza.
A mano a mano che accresce i mezzi della potenza – e la potenza si basa essenzialmente sulla divisione del lavoro, quindi sulla specializzazione, quindi sulla formazione di una società complessa e sulle tecniche che ne permettono l’articolazione, l’organizzazione, la manutenzione – cresce la necessità, per una società, di sviluppare una cultura capace di interrogarsi criticamente su di essi. Nonché la necessità d’esprimersi in modelli istituzionali e in principi di comportamento capaci di controllare, regolare, delimitare, equilibrare la forza scatenata – o potenzialmente scatenabile – da tali mezzi. È un salto di quantità nei mezzi che impone un salto di qualità nell’espressione di una cultura. Salto di qualità che consiste prima di tutto nella capacità di fare di sé stessa il proprio oggetto. Interrogarsi criticamente significa: considerare rami e radici, cause e conseguenze dei fenomeni sociali. Significa revocare in dubbio la loro supposta “naturalezza,” dovuta al mero processo della riproduzione sociale. E questo perché, a differenza di quanto avviene per gli Achouar amazzonici o per i Boscimani del Kalahari, tale processo reca ora in sé i germi dello stravolgimento, se non addirittura della distruzione, della stessa società che intende riprodurre. Ma questa rimozione della naturalezza, questa opera di critica, questa opera di dubbio suppone una dose costante d’incertezza. E qui si ritorna al principio di queste parole. Come per le condizioni d’esistenza d’un fiore raro, così l’incertezza è un elemento indispensabile all’ecosistema cognitivo in cui solo può nascere il dubbio, fogliare la coscienza, fiorire la responsabilità.
Cosa rende più difficile, ma al contempo più necessaria, la speranza? Il pensiero critico non è innato all’uomo, ma è stato reso possibile da un determinato ecosistema cognitivo: quello proprio alla cultura scritta. (Con ciò non voglio dire che prima della scrittura non fosse assolutamente possibile pensare criticamente: solo che questa attitudine, che questa possibilità non disponesse di uno strumento adeguato, non avesse quindi la forza necessaria ad assumere un ruolo di una certa rilevanza, un suo peso nell’equilibrio dei poteri espressi dalle istituzioni umane, o anche semplicemente nei principi del loro comportamento). Ora questo ecosistema sta venendo distrutto. E qualcosa di simile è avvenuto e sta avvenendo per la socialità in generale e per la solidarietà in particolare, le cui condizioni implicano in definitiva il sussistere di un certo modello spazio-temporale, quindi di esperienza delle relazioni in uno spazio e in un tempo vicini ai ritmi fisici e psicologici umani. Tutti elementi che da decenni stanno venendo sconvolti dal convergere di neoliberismo e tecnoscienza. Accendi la radio. Si riporta un’intervista in cui si parla della possibilità che la versione 6 di un programma di alienazione artificiale possa un giorno scrivere poesie tanto buone (se non migliori) di quelle dei poeti, dei “veri poeti”. Sam Altman si dice ottimista… ricorda la vittoria a scacchi di DeepBlue su Kasparov nel ‘96, afferma che il programma raggiungerà il 10/10 d’intensità di una poesia di Neruda e che l’intervistatore (e noi tutti) won’t care, che non ce ne fregherà niente. Posta in questi termini, ovvero secondo la premessa per cui viga una uguaglianza essenziale e data per scontato tra il testo prodotto da un programma e il testo prodotto da un umano, o la premessa per cui si possa ragionare in decimi per la valutazione di una poesia, la questione non si pone. Date e accettate tali e simili premesse, sebbene il programma non abbia ancora scritto qualcosa come il Canto General, Altman ha già ragione. E tutti quelli che saranno nati e cresciuti nello stesso mondo, nello stesso ecosistema cognitivo dell’amministratore delegato di OpenIA, penseranno e proveranno lo stesso. E non verrà a turbarli l’incertezza, non li sfiorerà l’idea che in definitiva sia solo l’uomo a definire ciò che venga detto e considerato umano – solo l’uomo a disporre della capacità istituente originaria di definire la cornice e le premesse in cui prendono forma e valore i suoi giudizi e le sue esperienze, fino al senso accordato a una poesia o alla poesia, e in definitiva al mondo – l’idea che incomba all’uomo la responsabilità di interrogarsi sulle conseguenze presenti e future dei suoi prodotti, della sua produzione materiale e immateriale, dei mezzi che egli produce e che reciprocamente contribuiscono a produrre il mondo in cui vive e un determinato modo di viverlo – appunto un tipo di mediazione tra individui e mondo – ciò che sarà ineluttabilmente ereditato dalle successive generazioni d’umani e che fonderà le stesse premesse della loro esperienza del mondo.
L’idea di rinascita è sempre stata legata a quella di morte. Nella morte, dalla morte poteva darsi rinascita. È una verità fisica e psicologica da sempre: ciò che fonda la continuità materiale e spirituale della vita umana. Il problema è che i mezzi della morte si sono sviluppati al punto da minacciare anche le condizioni della rinascita, sia fisica che psicologica, dell’essere umano. Della specie quale la conosciamo dai tempi storici – se non addirittura quale la possiamo presagire in un tempo ancora più recondito e lontano. Perché la speranza è sempre più necessaria? Perché oggi i mezzi di cui disponiamo possono essere disarmati, disertati, possono essere sviati dalla distruzione di cui sono potenzialmente capaci solo a patto di pensare criticamente e di sentire solidariamente. Perché sempre più difficile? Ciò che più fa paura, al di là dello sviluppo di tali mezzi, è l’inquinamento delle menti e dei cuori – il veleno cognitivo che rende fiori sempre più rari, sempre più fragili il pensiero critico, la solidarietà.
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APPENDICE
alcune precisazioni circa il “monopolio della razionalità”
Quando scrivo che economia e tecnoscienza hanno monopolizzato la razionalità, ciò che intendo dire è che, di fatto, nessun altro uso della ragione poteva revocare in dubbio il valore del loro giudizio. Ogni altra ragione – ecologica, politica, sociale – era loro subordinata. In queste condizioni, nessuna autentica verifica dei poteri era di fatto possibile, sebbene il valore proprio della ragione derivi proprio da questo: dal fatto di porsi essa stessa dei limiti, di ammettere e riconoscere e muovere essa stessa degli ostacoli al proprio procedere, di avanzare con incertezza. Il valore della ragione, almeno per come la intende chi scrive queste righe, è proprio quello di ammettere la pluralità dei modi di veridizione degli enunciati. Ciò che viene enunciato come vero dalla ragione economica, per esempio, secondo i suoi valori e la strumentazione e il metodo che si è data, può essere revocato in dubbio e contraddetto, controbilanciato, sottomesso a verifica dalla ragione ecologica, secondo i suoi valori e strumenti e metodi e così via. La ragione – se mai dovessi scriverla con la maiuscola, cosa che preferisco evitare – è questo processo di accordo, di concertazione in cui non esiste un modo di veridizione che regni e che s’imponga tirannicamente sugli altri. Il suo valore precipuo, il valore che le è in un certo senso proprio le deriva appunto dal processo di cui sopra. Processo di concertazione in cui si conserva la preminenza del discorso, del dialogo circa il fine. Una antica e venerabile tradizione filosofica propone come traduzione della parola greca logos la coppia di termini latini ratio et oratio. Ratio – ovvero tutto il corredo di strumenti e di metodi impiegati da un sapere per esprimere i propri enunciati – e oratio – ovvero il dialogo, la possibilità di reciproca verifica degli enunciati espressi dai vari saperi – l’uso preminente della ragione è quello che si esprime in tale dialettica ed è quindi, in un certo senso, un uso politico: se per politica si intende il discorso per la definizione di “ciò che è bene e ciò che è male, giusto e sbagliato” citato appunto nella Politica (1253a) di Aristotele, presupposto della koinonia (κοινωνία) e della polis, dell’accordo comunitario che fonda la comunità di uomini.
Ma così non è stato. La ragione è stata monopolizzata, proditoriamente assunta e innalzata a bandiera da determinati saperi disconoscendone quel ruolo di mediatrice fra diversi modi di veridizione che, sempre a parere di chi scrive, ne determina l’essenza. Così facendo – così tradendo la ragione in quanto processo di concertazione, di riconoscimento e dunque di possibile convivenza di una pluralità di modi di veridizione – economia e tecnoscienza, ritrovatesi storicamente accoppiate nella corsa alla potenza, hanno fatto della ragione l’ennesimo idolo che altro non richiede, all’uomo, che le conseguenze dirette e indirette del quia absurdum: venerazione, subordinazione, sottomissione, sacrificio, obbedienza, fatalismo acquiescente. Ed è così che la ragione tecnoeconomica (riassumo il binomio in questo termine) ha preteso farsi forza teleologica: quindi presentarsi e rappresentarsi come il fine ultimo dell’esistenza umana. Progresso, crescita, sviluppo… imperativi di un fine cattolico, universale il quale si è imposto eliminando ogni altra forma di senso, ogni altro discorso circa il possibile fine dell’esistere concepito dalle storie particolari dell’umanità. Quel che ha fatto in nome di ciò che non rappresentava: la ragione. L’assassinio è stato perpetrato sotto falsa identità.
In queste condizioni era ovvio che la ragione tecnoeconomica non sarebbe stata in grado di compiere ciò che si prefiggeva, ovvero traghettare l’umanità a una nuova era della storia con l’orientarla verso un nuovo fine. Si trattava niente poco di meno che di superare quel tratto di mare che separa l’epoca dell’irrazionale da quella della ragione. Ma così non è stato. E ora stiamo assistendo alle conseguenze estreme di tale “frainteso,” di tale illusione. Siccome non incarnava realmente il principio che pretendeva rappresentare, la razionalità tecnoeconomica non ha accompagnato l’umanità nell’epoca della ragione, ma ha semplicemente calpestato e rovesciato gli idoli del vecchio mondo per sostituirvi i suoi. Ha distrutto e represso, nient’altro. Finché il gioco durava – finché il regime tecnoeconomico garantiva condizioni e prospettive realistiche di benessere crescente nelle masse dei paesi sviluppati e speranza di benessere in quelle dei paesi appunto “in via di sviluppo” – l’illusione persisteva. Potevamo illuderci di essere uomini razionali, di votare in buona coscienza democratica (e soprattutto democristiana, liberal-riformista) circondati da simili, premuniti di istituzioni atte a operare più o meno efficacemente in questa cornice, preservandola da tentativi e tentazioni d’eversione o involuzione, persuasi e mossi dal fine di concorrere tutti, con l’affidarci all’infallibile direzione della ragione tecnoeconomica e dei suoi vicari in terra (FMI, OMC, WBG – queste arcane formule di magia) e della sua guardia svizzera (USA), a un crescente benessere condiviso e insieme alla formazione di solide e irreprensibili forme di liberal-democrazia parlamentare (ricordate? L’invito della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio doveva inesorabilmente allontanarla dall’autoritarismo, la sua assunzione nel terzo cielo dell’economia liberale era il vestibolo al cielo delle 50+1 stelle fisse della democrazia…)
Con la fine della prospettiva del progresso, quindi dell’illusione di poter insieme avere botte piena (regimi liberal-democratici) e moglie ubriaca (rendimenti e benessere crescenti), ciò che a lungo è stato solo represso torna a manifestarsi. E a farlo con una violenza appunto repressa: e con i mezzi messi a disposizione, non dall’era della ragione, ma dell’era atomica. Il ritorno dell’irrazionale non riguarda zone periferiche dell’ordine industriale globale, ma il suo – sempre più insicuro e fragile, quindi sempre più feroce – centro. (Guardate l’America, guardatevi intorno, guardate Israele. È terribile – e spero sinceramente di sbagliare – ma è la politica dell’attuale governo di Israele a dare il la alla fase storica che ci si apre dinnanzi… è lì che sembrano ritrovarsi, nella loro tersa purezza sterminatrice, gli elementi essenziali della politica a venire, altrove diluiti e annacquati). Se ciò avviene – e a un ritmo che ci lascia senza fiato – è perché più degli altri siamo stati e ci siamo cullati nell’illusione, più degli altri soffriamo ora del risveglio, della disillusione. L’ordine tecnoeconomico non è mai stato razionale. Ma avremmo dovuto guardare noi stessi, gli altri da noi e il mondo con altri occhi – più umili, più giusti – per comprenderlo. Ma avremmo dovuto leggere i libri giusti per capirlo… quelli che, senza nostalgie per più o meno vecchi regimi e relative caste o privilegi, per più o meno aggiornate versioni di superiorità tribale o etnocentrismo o esclusivismo religioso o biologico o entrambi, denunciavano il lupo dell’irrazionale celato sotto la pelle d’agnello della ragione. Quelli che, come La grande trasformazione di Polanyi, o le Direttive per un manifesto personalista di Charbonneau ed Ellul, descrivevano il fascismo come la naturale evoluzione di un liberismo sregolato e senza freni che imponesse ciecamente la propria ragione sopra ogni altra ragione; quelli che comprendevano il ritorno alla violenza e all’autoritarismo come reazione fisiologica di questo liberismo alla resistenza fisiologica della società che vengono stravolte dai disequilibri e disvalori – per citare Ivan Illich, un altro che non avrebbe fatto male leggere – dovuti alla marcia trionfale del cocchio trainato da economia di mercato e tecnoscienza, Juggernaut moderno. Avremmo allora evitato di riproporre, dopo Yalta, i tratti essenziali di quello stesso ordine che ci ha portati alla seconda guerra mondiale.
Quella che si è spacciata per epoca della ragione era in realtà epochè, sospensione della ragione. Ora l’iceberg, le parti d’irrazionale represse e inabissate, tornano ad affiorare in superficie – perché il progresso quale ci è stato venduto era illusione, perché il benessere a cui ci siamo abituati deve ormai essere difeso con le unghie, strappato con denti e artigli, guadagnato al prezzo dello sterminio. “Solo un dio può salvarci”? No. Solo un retto uso della ragione, solo il pensiero critico e la solidarietà potranno, non salvarci, ma darci la possibilità di trovare un modo di vivere e convivere su questa Terra senza saltarci alla gola. E di tornare a organizzarci per immaginare e trovare insieme la speranza, la forza, l’umiltà di preservare le condizioni di un futuro desiderabile.

Francesco Zevio
Co-fondatore del movimento Cultura in Atto, ha pubblicato due libri di poesia (Suite dei mondi e Liriche randagie) e due manualetti per l’apprendimento del latino e del greco antico. Ha studiato e vissuto in Italia, Germania e Francia, paese in cui vive, insegna e milita attualmente.



